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Cosa prevede la nuova legge sul cinema?

Legge sul cinema Art. 24a
Le imprese che offrono film in Svizzera tramite servizi elettronici su richiesta o in abbonamento devono garantire, ai fini della promozione della pluralità dell’offerta, che almeno il 30 per cento dei film sia costituito da film europei e che questi siano designati come tali e facilmente reperibili.

Legge sul cinema Art. 24b
Le imprese che in Svizzera mostrano film nei loro programmi, o li offrono tramite servizi elettronici su richiesta o in abbonamento, devono destinare ogni anno almeno il 4 per cento dei loro proventi lordi alla creazione cinematografica svizzera indipendente o versare una corrispondente tassa sostitutiva. La tassa è esigibile se la quota dei proventi da investire annualmente non è raggiunta in media su un periodo di quattro anni.

* Legge federale sulla produzione e la cultura cinematografiche (Legge sul cinema, LCin)

Ecco di cosa si tratta

Nel 2019 il cinema svizzero è stato sovvenzionato con oltre 120 milioni. 84 milioni provengono dalle casse di Confederazione e Cantoni, quindi direttamente dai contribuenti, mentre altri 50 milioni arrivano dalla SSR o da fondazioni private. Ogni anno, solo uno o due film riescono ad attirare più di 100 000 spettatori. Il 90% dei film prodotti interessano solo a un pubblico di nicchia. Nel 2019, infatti, in media un film svizzero ha avuto 2600 spettatori paganti al cinema. Ciò significa che ogni entrata è stata sovvenzionata con oltre 100 fr di soldi pubblici. Queste cifre sfatano il mito che più sostegno finanziario porta a maggiore qualità e più pubblico.
Inoltre, i criteri per il sostegno pubblico sono discutibili. Film di grande valore prodotti da emittenti privati vengono rifiutati dall’UFC. Ne è un esempio il film “Ala Kachuu” che ha ricevuto una nomination per gli oscar malgrado gli fosse stato negato il finanziamento pubblico. Costringere le imprese private a investire in produzioni svizzere, senza preoccuparsi del successo del progetto, non porterà più spettatori davanti allo schermo. Piattaforme di streaming come Netflix collaborano già oggi con cineasti svizzeri e investono milioni nel nostro paese. Attraverso licenze o coproduzioni come “Early Birds”, “Neumatt” o “il becchino”, sono girate pellicole apprezzate sia in Svizzera che all’estero. Altri progetti sono tuttora in cantiere. Ci sono quindi buoni e interessanti film svizzeri e per questi prodotti le aziende private sono sempre pronte a investire denaro. Non serve una legge apposta.

La quota obbligatoria di 30% di film europei rappresenta un atteggiamento paternalista e protezionista. La cosa più assurda è che non vengono messi criteri circa la qualità o la richiesta del pubblico. L’unica condizione è la provenienza europea. La lobby del cinema e l’UFC decideranno quindi cosa dobbiamo guardare con il nostro abbonamento. Attualmente, la fruizione di film svizzeri ed europei è di appena il 12%. Con la nuova legge, però, si chiede una quota rigida al 30%. Già oggi mediamente le piattaforme streaming offrono oltre il 30% di film europei.
La disponibilità di film europei è quindi già garantita. Non c’è quindi nessun motivo per intervenire nella libertà di offerta delle piattaforme. Una quota rigida privilegerebbe solo le pellicole europee ma ridurrebbe la diversità. La libertà di consumo sarebbe inoltre limitata, perché le piattaforme di streaming dovranno ridurre l’offerta proveniente da altri continenti. Film di successo da Africa, Asia o America faranno più fatica a trovare spazio nel catalogo con questa nuova legge. Le persone dovrebbero essere libere di scegliere quale film vedere indipendentemente dalla provenienza. Per gli amanti del cinema svizzero c’è già oggi un’ampia offerta online finanziata con le tasse: PlaySuisse. Questa piattaforma della SSR mostra unicamente film e serie svizzeri. Le altre piattaforme dovrebbero essere libere di adattare l’offerta alle richieste dei clienti.

L’obbligo di investimento di almeno il 4% della cifra di affari è una costrizione pesante. Nel caso non si raggiunga questa quota di investimento, deve essere pagata una tassa sostitutiva all’UFC. Questa legge assicura un ulteriore flusso di 20-30 milioni per la lobby del cinema. Le emittenti private svizzere possono fino a oggi registrare la pubblicità per film svizzeri interamente come investimento. In futuro, invece, questa possibilità sarà ampiamente limitata. Inoltre, le produzioni delle emittenti private vengono discriminate: non si può investire in produzioni interne perché la legge richiede specificatamente che il denaro finanzi produzioni indipendenti. Importa quindi soltanto chi fa i film, mentre la qualità o l’attrattività non hanno alcun ruolo. Produzioni proprie delle emittenti, alcune delle quali come “Sing meinen Song” o “Die Höhle der Löwen” che hanno riscosso ampio successo, non possono essere finanziate dall’UFC. Questi progetti creano posti di lavoro qualificati in Svizzera.
È indubbio che con questa tassa i prezzi degli abbonamenti aumenteranno, perché le piattaforme trasferiranno i maggiori costi – dovuti alla tassa sui film – sui consumatori. Ci si chiede anche come faranno le emittenti private svizzere, che oggi hanno un margine di guadagno del 5%, a sopportare una tassa del 4%. È chiaro che o aumentano i prezzi oppure chiudono bottega.
Il cinema svizzero viene già oggi sovvenzionato con soldi dalle casse di Confederazione e Cantoni nonché con parte del canone Serafe. Con la legge sul cinema i consumatori di piattaforme di streaming come Netflix o Disney+ verranno chiamati per una terza volta alla cassa. Con l’abbonamento bisognerà finanziare l’obbligo di investimento o la tassa pagata dalle piattaforme streaming o dalle TV via cavo. Se il finanziamento dalle casse pubbliche e dalla Serafe vengono pagati da tutti i cittadini, questi ulteriori milioni per il cinema svizzero saranno pagati solo dagli abbonati di servizi streaming.

Fino a oggi, solo Francia, Spania, Italia e Portogallo conoscono un obbligo di investimento paragonabile. La maggior parte dei paesi europei (Svezia, Norvegia, Finlandia, Islanda, Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria, Bulgaria, Cipro, Malta) non prevedono né un obbligo di investimento né una tassa per le piattaforme streaming.

A fine 2021 il Parlamento si è già chinato sulla così detta “lex Spotify”. Un consigliere nazionale socialista ha già chiesto le stesse regole della legge sul cinema per Spotify. Chi sarà allora il prossimo? Dobbiamo aspettarci una “lex Ikea” che obbligherà l’azienda di mobili svedese a investire nelle falegnamerie locali? Le librerie dovranno pagare parte del loro ricavato agli autori svizzeri? Oppure il ristorante tailandese all’angolo o il sushi del giovedì sera dovranno avere almeno il 30% di specialità svizzere sul menù? Questa legge mal concepita prende per fessi i consumatori e le piattaforme private. Aziende con un modello di successo saranno costrette a sovvenzionare un settore specifico con una parte della loro cifra d’affari. Questo rappresenta una lampante intrusione nella libertà economica delle aziende private. La nuova legge sul cinema è un grande abbaglio che infrange principi liberali e deve essere respinta.